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Se fossimo farfalle non saremmo onnivori

C’è chi mangia e chi viene mangiato. Chi mangia deve scegliere cosa mangiare. Chi viene mangiato deve escogitare meccanismi che lo proteggano dall’essere mangiato.
Ma è sempre così complicato? C’è chi ha scelto una via più semplice: la farfalla monarca, per esempio, mangia solo piante del genere Asclepias e non spreca pensiero o emozioni per decidere se possa esistere un’alternativa: è una specie cosiddetta “monofaga”.
Essa trae dalle foglie dell’asclepia tutto quello che le serve; ricava anche una tossina che la rende immangiabile per gli uccelli suoi predatori. La farfalla monarca non è il solo esempio: nella mensa del koala l’unico menù presente è costituito dalle foglie di eucalipto; il menù dei ruminanti comprende invece soltanto erba grazie al contributo in sostanze nutritive fornito dalla flora microbica intestinale.
L’onnivoro, come l’uomo, ha invece una scelta alimentare illimitata: può contare su un gran numero di specie di cui nutrirsi, sia animali sia vegetali. Deve solo decidere e scegliere. La sua scelta dovrà però, necessariamente, tener conto delle strategie difensive delle sue “prede”: veleni come cianuro, acidi, alcaloidi e glucosidi, tanto per citarne alcuni.
È proprio questa capacità di scegliere cha permesso lo sviluppo di circuiti cerebrali complessi e ha favorito l’affermazione delle specie onnivore sul globo. Quando il cibo abituale scarseggia, infatti, per l’uomo e gli altri onnivori c’è sempre un’alternativa. La specie umana è per questo più diffusa e meno a rischio di estinzione di quella dei koala.
Gli esseri umani mangiano praticamente tutto: insetti, vermi, funghi, alghe, pesci e carne di altri animali, radici, germogli, fiori, semi e frutti. Anzi, maggiore sarà la varietà dei cibi e più facilmente saranno coperti tutti i fabbisogni nutritivi.
Il nostro metabolismo richiede la presenza di sostanze specifiche che in natura si possono ricavare solo dalle piante (vitamina C) o solo dagli animali (vitamina B12). La varietà non è solo il piacere della vita ma una vera e propria necessità biologica.
Il dilemma di cosa dobbiamo mangiare compare anche in contesti culturali più evoluti come nella lettura di un’etichetta o in una scelta etica. Ma, dai primordi, è il gusto lo strumento più raffinato che l’uomo ha sviluppato per la scelta del cibo; esso si basa su una coppia innata di alternative: una positiva e l’altra negativa.
La prima è la predilezione per il sapore dolce, che segnala un’alta concentrazione di zuccheri e quindi di energia. In effetti, la voglia di dolce persiste anche quando siamo sazi, il che spiega probabilmente perché il dessert compaia a fine pasto. Essere golosi di cibi ricchi di zuccheri è un ottimo adattamento evolutivo per un onnivoro, il cui grande encefalo richiede una enorme quantità di glucosio (l’unica fonte di energia utilizzabile dal cervello), o perlomeno era la strategia giusta un tempo, quando la possibilità di ingerire cibi dolci rappresentava l’eccezione e non la regola. […] La seconda principale tendenza innata del gusto è la ripugnanza dell’amaro, tipico di molte sostanze tossiche prodotte dalle piante per difendersi.
Essere onnivori rappresenta dunque un vantaggio evolutivo, consente adattamenti continui a un ambiente che cambia e, soprattutto, consente a noi umani di assaporare piaceri ed emozioni ignote a una farfalla o a un koala.
Per approfondimenti:
M. Pollan — Il dilemma dell’onnivoro — Adelphi, 2013

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